La Cassazione esclude il fatto tenue e conferma la condanna dell’imprenditore che ha realizzato la recinzione di sicurezza per i pedoni dopo l’accertamento dell’inadempienza.

La Corte di cassazione – sezione terza penale, con la sentenza numero 35525 – depositata il 23 settembre 2024, ha affrontato la questione giuridica della perdurante rilevanza penale che assume la condotta ascritta dall’imputato in ordine alla violazione dell’obbligo di recintare l’area di cantiere, quando il bene giuridico protetto dalla norma cautelare viene successivamente tutelato con la realizzazione dell’opera provvisionale richiesta dalla legge.

Nel caso di specie il primo Giudice aveva condannato l’imputato alla pena di € 1.200,00 di ammenda, per il reato di cui all’art. 109 del d.lgs. n. 81/2008, perché, in qualità di amministratore unico della ditta (OMISSIS) s.r.l., ometteva di predisporre la recinzione di sicurezza dai lavori in una zona del cantiere interessata da transito di pedoni.

La difesa dell’imputato proponeva ricorso per cassazione denunciando vizio di legge la violazione di ed il connesso difetto di motivazione per avere il Tribunale erroneamente escluso la causa di non punibilità ex art. 131-bis cod. pen., sebbene il ricorrente avesse provveduto ad apporre la specifica recinzione in contestazione.

La particolare tenuità del fatto, al contrario, secondo la difesa, doveva essere riconosciuta tenuto conto:

  1. a) della realizzazione della recinzione seppure successivamente all’accertamento della violazione dell’obbligo;
  2. b) l’incensuratezza dell’imputato;
  3. c) la non abitualità della condotta;
  4. c) la circostanza che la ditta (OMISSIS) s.r.l., pur lavorando da molti anni nel settore edilizio, non sia mai incorsa in alcun tipo di sanzione.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso validando l’operato del giudice di merito per le seguenti ragioni:

Come correttamente rilevato anche dalla prospettazione difensiva, ai fini della configurabilità della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall’art. 131-bis cod. pen., il giudizio sulla tenuità richiede una valutazione complessa, che ha ad oggetto le modalità della condotta e l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’art. 133, primo comma, cod. pen., richiedendosi una equilibrata considerazione di tutte le peculiarità della fattispecie concreta e non solo di quelle che attengono all’entità dell’aggressione del bene giuridico protetto (Sez. U., n. 13681 del 25/02/2016, Rv. 266590; Sez. 7, n. 10481 del 19/01/2022; Rv. 283044; Sez. 6, n. 55107 del 08/11/2018, Rv. 274647) tanto sul fondamentale rilievo che il disvalore penale del fatto, per assegnare allo stesso l’attributo della particolare tenuità del fatto, dipende dalla concreta manifestazione del reato, che ne segna perciò il disvalore.

Nel pervenire a tale conclusione, le Sezioni Unite hanno ritenuto illuminante il riferimento testuale, contenuto nell’art. 131-bis cod. pen., alle modalità della condotta, segno che la nuova normativa non si interessa tanto della condotta tipica, bensì ha riguardo alle forme di estrinsecazione del comportamento, anche in considerazione delle componenti soggettive della condotta stessa, al fine di valutarne complessivamente la gravità, l’entità del contrasto rispetto alla legge e conseguentemente il bisogno della pena. In altri termini, ai fini dell’applicazione della causa di non punibilità, occorre avere riguardo, secondo l’insegnamento delle Sezioni Unite, al fatto storico, alla situazione reale ed irripetibile costituita da tutti gli elementi di fatto concretamente realizzati dall’agente, non essendo in questione la conformità del fatto al tipo – atteso che la causa di non punibilità presuppone l’esistenza di un fatto conforme al tipo ed offensivo ma il cui grado di offesa sia particolarmente tenue, tanto da non richiedere necessità di pena – bensì l’entità del suo complessivo disvalore; ciò che spiega il riferimento alla connotazione storica della condotta nella sua componente oggettiva e soggettiva.

Quanto, invece, alla condotta dell’imputato susseguente al reato, giova precisare che – premessa l’applicabilità della causa di non punibilità ex art. 131-bis cod. pen., nella formulazione novellata dall’art. 1, comma 1, lettera c), n. 1), del d.lgs. n. 150 del 10 ottobre 2022, anche ai fatti commessi prima del 30 dicembre 2022, laddove consente al giudice di tenere conto della condotta del reo successiva alla commissione del reato (Sez. 1, n. 30515 del 02/05/2023, Rv. 284975) – la condotta dell’imputato successiva alla commissione del reato è deducibile per la prima volta nel giudizio di legittimità, a condizione che non sia stata prospettata con l’atto di impugnazione o nel corso del giudizio d’appello, sicché la Corte di cassazione, apprezzando la circostanza sopravvenuta nell’ambito del complessivo giudizio sull’entità dell’offesa, può ritenere sussistente l’esimente nel solo caso in cui non siano immediatamente rilevabili dagli atti i presupposti per la sua applicazione e non siano necessari ulteriori accertamenti fattuali (Sez. 2, n. 396 del 17/11/2023, dep. 2024, Rv. 285726). Deve, però, precisarsi che la condotta dell’imputato successiva alla commissione del reato, pur acquisendo rilievo, non potrà di per sé sola, rendere di particolare tenuità un’offesa che tale non era al momento del fatto, potendo essere valorizzata solo nell’ambito del giudizio complessivo sull’entità dell’offesa recata, da effettuarsi alla stregua dei parametri di cui all’art. 133, comma primo, cod. pen. (Sez. 3, n. 18029 del 04/04/2023, Rv. 284497). In particolare, possono essere apprezzati a tal fine i comportamenti successivi alla commissione del reato diretti alla riparazione, all’eliminazione delle sue conseguenze o, comunque, al ristoro dei danneggiati, a condizione che si riferiscano allo specifico fatto di reato commesso e non ad una generica attitudine al rispetto, da parte dell’imputato, del bene-interesse tutelato dalla norma penale (Sez. 3, 18369 del 12/01/2024).

Fatte queste premesse, ritiene il Collegio che, nel caso di specie, la sentenza del Tribunale, di fronte ad una contravvenzione di pericolo, abbia correttamente fatto emergere l’intensità del pericolo posto in essere dalla contestata violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, non estinta per il mancato pagamento della relativa sanzione amministrativa ai sensi dell’art. 21 del d.lgs. n. 758 del 1994: se il pagamento dell’oblazione, cui il contravventore viene ammesso a seguito dell’eliminazione della violazione in conformità alle prescrizioni impartite dallo stesso ispettorato del lavoro che ha contestato l’irregolarità, configura una causa di estinzione del reato, così come previsto dall’art. 21 del d.lgs. n. 758 del 1994, ne consegue, del resto, che il mancato pagamento della somma prescritta in sede amministrativa non elimina, per effetto del successivo adempimento, la contravvenzione già perfezionatasi in tutti i suoi elementi costitutivi al momento della constatazione.

Ebbene, la natura di reato di pericolo presunto rivestita dalla contravvenzione in esame implica una valutazione complessiva della condotta criminosa, sulla base degli elementi indicati dal primo comma dell’art. 133 cod. pen., correlata alla lesione potenziale del bene giuridico tutelato dalla norma penale, che prenda in esame tutte le peculiarità della fattispecie concreta in termini di possibile disvalore.

Disamina questa che è stata puntualmente effettuata dal giudice di merito il quale, rispetto ad un pericolo ritenuto di grande intensità – senza che ciò venisse peraltro specificamente contestato dal ricorrente – ha ritenuto recessiva la condotta susseguente al reato, seppur valutata.

Conformemente a quanto previsto dalla riforma introdotta dal d.lgs. n. 150 del 2022 e dalla giurisprudenza di legittimità consolidatasi in materia, il Tribunale di (omissis)  ha, cioè, comparato l’elemento negativo – la pericolosità della condotta – e quello positivo – la condotta susseguente al reato – ed in questa comparazione ha ritenuto, in assenza di specifica contestazione sul punto, che l’elemento negativo fosse preponderante sull’elemento, sia pur positivo, della condotta post-factum, di talché correttamente ha ritenuto di escludere, sia pur con motivazione succinta, la particolare tenuità della condotta”.

By Claudio Ramelli© RIPRODUZIONE RISERVATA